Frequenze: Monti e l’inutilità del Beauty Contest
Era in programma mesi e mesi fa, l’assegnazione delle frequenze sul Digitale Terrestre. In principio a pagamento, poi resa gratuita dal Governo di Silvio Berlusconi, ora tornata sotto forma di asta per volere di Monti e dei suoi ministri. In verità nulla è definito, nulla è sicuro, mentre l’Italia e (soprattutto) l’Europa attendono risposte, per capire come affrontare l’operazione.
Il pranzo a Palazzo Chigi tra Monti e Berlusconi, in veste di patron di Mediaset, ha portato alla luce uno scenario chiaro: il Biscione non vuole pagare le frequenze, non ci sta a riportare un’assegnazione che era gratuita ad un’asta che preveda ingenti esborsi di denaro. Dall’altra parte c’è il Governo, che vuole fare gli interessi dei cittadini e che dalla vendita delle frequenze ricaverebbe cifre importanti per affrontare la quotidianità di un paese che fa i conti con la crisi economica.
Ora quelle frequenze sono occupate dalle TV locali, questo è il primo problema da risolvere. Perché queste emittenti avrebbero diritto, secondo le stime del Governo, a un risarcimento di 174 milioni di euro.
In questo scenario intricato, spunta la proposta elaborata dal dipartimento Comunicazioni, ovvero una gara su base onerosa delle frequenze del beauty contest per quattro anni (fino al 2017): alla scadenza del termine, sarebbe prevista una nuova transazione economica con lo Stato per la restituzione delle frequenze ormai scadute.
E’ soltanto una proposta, però. “Non ha senso mettere a gara ora delle frequenze che, secondo l’Agenda digitale dell’Europa, le televisioni sono destinate a perdere, perché serviranno a garantire una connessione a banda larga a tutti”, avvertono gli esperti.
Una cosa è certa: il Digitale Terrestre continua a rappresentare un problema, più che una novità tecnologia. L’Italia ha dunque necessità di un nuovo piano per le frequenze, che tenga conto dei problemi che incontra la Rai nell’essere visibile a tutti, che metta d’accordo Mediaset e le esigenze economiche del Governo. Che richiami, magari, anche l’attenzione di network stranieri, evitando di farli fuggire com’era accaduto con Sky. E infine che generi una riserva di frequenze da mettere all’asta per operatori di rete puri, oppure da tenere libere per facilitare la transizione.

